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Giovanna Ferrari, mamma di Giulia Galiotto, uccisa nel 2009
SASSUOLO (Modena) "Non chiedo privilegi o trattamenti di favore. Chiedo, come madre di una giovane donna brutalmente uccisa, che il mio Stato rispetti e faccia rispettare la sentenza emessa al termine dei tre gradi di giudizio". È una situazione al limite dell’assurdo quella che oggi vive la famiglia di Giulia Galiotto, brutalmente uccisa a 30 anni dal marito Marco Manzini, nel 2009 a San Michele dei Mucchietti, Sassuolo, nel modenese. I genitori della giovane uccisa, infatti, si sono visti chiedere dall’agenzia delle entrate le tasse sul risarcimento per l’omicidio della figlia –, se così si può definire – che ancora non hanno incassato. O meglio, con fatica, come spiega Giovanna Ferrari, mamma di Giulia, ad oggi di quel milione e duecentomila euro previsti nella sentenza ne hanno ottenuta solo una minima parte.
"Dopo la provvisionale immediatamente esecutiva di 480mila euro, avevamo fatto un primo atto di precetto relativamente al Tfr di Manzini. Anche in quell’occasione, prima che ci arrivasse un quinto di Tfr, è arrivata la cartella esattoriale per la cifra precettata e abbiamo pagato più tasse rispetto a quanto percepito. Dopo di che è partito il secondo atto di precetto sullo stipendio di Manzini, dal momento che aveva iniziato, una volta in semilibertà, nel marzo del 2022, a lavorare in regime di messa alla prova in un’azienda di Reggio Emilia. (L’uomo è originario di Scandiano).
Abbiamo iniziato a percepire 250 euro al mese a partire da giugno di quello stesso anno, quindi un totale di 4600 euro. Eppure a novembre dello scorso anno hanno iniziato ad arrivare le cartelle esattoriali calcolate sull’intera cifra precettata, ovvero un milione e duecentomila euro. Questo ha fatto si che l’imposta di registro, per tutti gli eredi fosse di 6.212 euro, quindi superiore a ciò che abbiamo ottenuto fino ad oggi". Ma c’è di più, perché la famiglia ha scoperto non solo che l’assassino della figlia è tornato in libertà prima del previsto – il fine pena della messa alla prova era previsto per questo febbraio –, ma che si è pure licenziato. "Questo – continua Ferrari – ha fatto si che a noi non arrivasse più nulla. Non sappiamo neppure se percepiremo altro e sulla busta paga c’è scritto: dimissioni volontarie. Ora ci chiediamo se sia giusto che l’agenzia delle entrate esiga le tasse su quanto ancora non abbiamo percepito se non in minima parte e reputo corretto – sottolinea la donna –, da un punto di vista civile e politico informare di un sopruso verso persone vittime di reati importati e che proprio attraverso un risarcimento in denaro dovrebbe avere un ristoro morale ma anche economico, se teniamo presente le spese legali sostenute".
"L’assassino di mia figlia – continua la madre della vittima –, ha già usufruito di una condanna penale molto blanda, ulteriormente ridotta da riti premiali e misure alternative al carcere. Ora si ritiene un uomo definitivamente libero, semplicemente perché lo Stato non si cura di esigere e di verificare l’ottemperanza delle statuizioni risarcitorie, che pure sono parte integrante della sentenza di condanna. Oltre a scaricare sulla parte offesa l’onerosa e il più delle volte infruttuosa rincorsa di un diritto pur riconosciuto, il nostro Stato garantista si affretta a tassare la richiesta di quanto statuito, dando per percepito ciò che, una volta precettato, è destinato ad essere solo in minima parte -e il più delle volte mai- realmente percepito. Una sorta di beffarda penalizzazione della parte lesa, per scoraggiarne le azioni a tutela dei propri diritti, a tutto vantaggio dell’autore del reato".