MattioliIn queste cose, bisogna ammetterlo, gli austriaci sono bravissimi. È l’anno Strauss, inteso come Johann, re del valzer e autore del vero inno nazionale, Sul bel Danubio blu, e come bicentenario della nascita, nel 1825 (morirà nel 1899, come se non avesse voluto sopravvivere al suo secolo, quello, appunto, del valzer). E Vienna si trasforma in Strausslandia: 65 produzioni di tutti i generi, tre mostre, 71 "location" diverse. Impossibile vedere tutto; vale il viaggio la mostra al Theatermuseum, aperta fino al 23 giugno. Si inizia con una sala dedicata alla Fledermaus, Il pipistello (1874), la più celebre delle sue operette. E allora ecco la partitura autografa, la corrispondenza con librettisti e impresari, i borderò degli incassi, i bozzetti e i figurini per la prima assoluta e in pratica per ogni successiva produzione vista a Vienna, gli oggetti di scena, le reliquie di interpreti indimenticabili di spettacoli ormai dimenticati, eccetera.
E poi il resto di Johann. La famiglia, per iniziare, perché quella degli Strauss era in sostanza un’impresa familiare, una premiata ditta di valzer e polche, quadriglie e galop, da papà Johann I, quello della Marcia di Radetzky, ai fratelli Josef ed Eduard, strappati alle carriere che avevano scelto, ingegnere uno, diplomatico l’altro, e messi a tirare la carretta musicale dopo il momentaneo crollo psicofisico per eccesso di lavoro di Johann II, nel ’53. Parenti serpenti, anche: quando Josef muore, nel ’70, Eduard accusa Johann di averlo ammazzato facendolo sgobbare troppo.
Poi c’è la vita privata. Johann si sposa tre volte: con la cantante Henriette Trefft detta Jetty, dal ’62 fino alla morte di lei nel ’78; con Angelika Dittrich detta Lili, altra cantante, che sposa nel ’78 quando lui ha 53 anni e lei 28 ma da cui divorzia nell’82; e infine Adele Deutsch, vedova di un altro Strauss ma non parente né musicista. Però la mostra documenta anche due esotici affari di cuore nella Russia zarista. Nel 1856, Maria Fränkel ottiene il permesso di sposare uno straniero, cioè Strauss, ma restano misteriose le ragioni per cui il matrimonio alla fine non si fece: il catalogo della mostra ipotizza che lei potesse essere incinta. Due anni dopo, il vispo Johann si innamora perdutamente di Olga Smirnitskaya, nobile, bella e musicista. La famiglia di lei si oppone alle nozze che infatti non ci furono mai: restano circa cento lettere d’amore di Johann, scoperte soltanto nel 1993 e appassionatissime.
La carriera intanto va a gonfie vele, perché tutto il mondo vuole ballare, e vuole farlo con la musica di Strauss. Lui è ovunque: dirige la sua orchestra a Parigi all’Esposizione universale del 1867, a Londra e a Pietroburgo, e nel 1872 accetta di andare negli Stati Uniti previo versamento anticipato dell’onorario di 100mila dollari. "Il signor Strauss parla soltanto tedesco, ma sorride in tutte le lingue", scrive il World, e a Boston dirige 1.500 musicisti, coadiuvato da cento sotto-direttori, per un pubblico di 100mila persone.
In Italia arriva due anni dopo, scritturato dall’impresario Ducci di Firenze (120mila lire), per ventun concerti da Venezia fino a Napoli. Scrive anche un valzer, Bella Italia, poi ribattezzato Wo die Zitronen blühen da Goethe e dedicato a Umberto I. Ma in mostra c’è di tutto, le operette, le caricature, i film su di lui o con la sua musica, e perfino Strauss dopo Strauss, con la genesi e la cronologia dei Concerti di Capodanno. Dopo l’Anschluss, i nazisti falsificano i registri parrocchiali per far scomparire ogni traccia del nonno ebreo.
Resta, Strauss, uno dei pochi compositori di musica "leggera", di consumo, da ballo, chiamatela come volete, ad aver fatto il salto nell’empireo di quella "classica". Un passaggio che è riuscito a pochi, ancora meno nei tempi nostri quando la divaricazione dei generi si è allargata fino a diventare un abisso (i Beatles, forse?). Strauss visse in un’epoca in cui la differenza esisteva già, e la diffidenza pure, ma i suoi valzer erano (e sono) troppo irresistibili per non suonarli. Nella prima società di massa, quella delle ferrovie, del telegrafo, dell’industria, il suo fu un raro caso di utopia realizzata: la qualità, ma per tutti.