Fra la via Emilia e il Midwest. Quasi come Francesco Guccini. Pupi Avati, cantore da sempre di sottili emozioni, di nostalgie di provincia, amori mancati e sognati, s’immerge in una storia che inizia in Emilia e prosegue nel Midwest. Di provincia in provincia. Il suo film L’orto americano, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, esce giovedì 6 marzo nelle sale italiane. Ottantasei anni, Pupi Avati è appena tornato dagli Stati Uniti, dove il festival "Los Angeles, Italia" lo ha premiato, e dove il suo film è stato proiettato al Chinese Theatre.
Girato in un bianco e nero – firmato da Cesare Bastelli – contrastato come una foto di Ansel Adams, L’orto americano inizia in Emilia nei giorni della Liberazione, alla fine della Seconda guerra mondiale. Una ragazza, in divisa dell’esercito americano, si affaccia alla bottega di un barbiere. Basta uno sguardo: un giovane s’innamora. La storia prenderà una piega thriller, diventerà una storia di erotismo, di omicidi, di realtà e di inganni. Il film è stato presentato ieri a Roma, nelle stesse ore in cui Pupi Avati ha scosso l’ambiente con una proposta: quella di istituire un ministero dedicato esclusivamente al cinema.
Avati, giorni fa lei ha lanciato la proposta di un Ministero del cinema staccato da quello dei Beni culturali. Che reazioni ha ricevuto?
"Reazioni positive e bipartisan: da parte di Antonio Tajani, che ha detto “Ne parleremo con gli alleati di governo“; da parte di numerosi registi, da Marco Tullio Giordana a Giuseppe Tornatore, da Roberto Andò a Daniele Luchetti. Ma anche da parte delle opposizioni. Ho sentito Dario Franceschini, Matteo Orfini ed Elly Schlein: mi hanno detto che sarebbero favorevoli all’idea, se non di un ministero, di una agenzia dedicata al cinema, sul modello della Francia".
Un’agenzia che gestirebbe fondi destinati ai film?
"Sì. E penso a un’agenzia gestita da tecnici, da persone che abbiano consapevolezza del cinema. Che sappiano che cosa siano un piano di lavorazione e la gestione di un budget".
Qual è la situazione del cinema italiano oggi, secondo lei? E qual è il problema più urgente da risolvere?
"Il problema è che il Ministero deve erogare troppi soldi e ha un buco enorme, mentre le produzioni attendono i fondi pubblici. Il Ministero della cultura ha troppe cose di cui occuparsi: da Pompei ed Ercolano alle feste patronali al cinema. Lo stesso ministro Giuli è convinto che la mia proposta sia utile. Certo, se nasce questa agenzia dovrebbe nascere libera dai debiti pregressi".
Il problema dei film italiani qual è?
"Ci sono film che stanno andando molto bene, come FolleMente e Diamanti, ma anche tantissimi film che non sono andati bene e pure sono costati grandi cifre. I film italiani costano troppo. Bisogna tornare all’anno zero, imparare a fare un cinema essenziale. Il nostro paese è in difficoltà, esige un cinema che gli assomigli. Non si può fare un cinema hollywoodiano in mezzo alle difficoltà del presente. Bisognerebbe insegnare a registi e produttori a realizzare film con un budget ragionevole. Ho proposto l’istituzione di una cattedra, al Centro sperimentale, di produzione di film a basso costo".
Come il suo Orto americano. Che cosa rappresenta, per lei?
"Una grande, irrealizzabile storia d’amore con un protagonista malato e ostinato".
È tornato a girare negli Stati Uniti. Un richiamo del cuore, per lei, fin dai tempi di Bix…
"È vero. Confesso un’inguaribile nostalgia per gli Stati Uniti degli anni ’30 e ’40, che corrispondono alla scoperta del cinema e della musica che amo. In America ho girato Bix, The Hideout – Il nascondiglio e altri film. In questo caso, la scelta del bianco e nero mi ha permesso di rendere omaggio ad alcuni maestri immensi: da Hitchcock a John Ford, fino a La scala a chiocciola di Siodmak".
Un bianco e nero particolarmente intenso.
"Devo la scelta a mio fratello Antonio. Quando ha letto il copione, ha esclamato: “Ma questo è un film in bianco e nero!“. Il bianco e nero incarna l’essenza stessa del cinema: la realtà è a colori, il bianco e nero la trasfigura. Per me è stata una rivelazione. C’è da preoccuparsi: un regista di 86 anni che vuole fare tutti i prossimi film in bianco e nero". Lo interrompe il fratello Antonio: "Il prossimo lo facciamo muto!".