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Il 30enne reo confesso Moussa Sangare uccise Sharon Verzeni a coltellate
di Francesco Donadoni
A un certo punto dell’udienza, il presidente della Corte d’assise, giudice Patrizia Ingrascì (a latere il collega Longobardi) si rivolge a Moussa Sangare. Lui indossa un giubbetto rosso, sotto camicia color vinaccia, occhiali e pizzetto: è seduto a fianco del suo difensore. "Se vuole fare qualche dichiarazione", gli chiede il giudice. E Moussa se ne esce così: "Volevo solo dire che io sono innocente". Anticipa un titolo. Sangare, 31 anni, nato a Milano da genitori originari del Mali (la mamma e la sorella vivono a Suisio) è imputato per l’omicidio di Sharon Verzeni, la barista di 33anni accoltellata nella notte tra il 29 e il 30 luglio scorso, mentre camminava da sola in via Castegnate a Terno d’Isola, il paese della Bergamasca in cui abitava con il compagno Sergio Ruocco. Deve rispondere di omicidio pluriaggravato. Oltre ai futili motivi e alla premeditazione, gli è stata contestata l’aggravante della minorata difesa.
Prima udienza e scontro sulla richiesta di perizia, come invocata in aula dal difensore del 31enne, l’avvocato Maj. Di parere contrario sia il pm Marchisio, sia l’avvocato dei Verzeni, Scudieri. Alla fine la Corte, dopo circa un’ora di camera di consiglio, ha deciso che Moussa venga sottoposto a una perizia psichiatrica per accertare sia la sua capacità di stare a giudizio sia la sua capacità di intendere e volere quando quella notte uccise Sharon. Nella prossima udienza verrà conferito l’incarico ai periti. Una decisione che ha provocato l’amarezza di Bruno Verzeni, il papà di Sharon, che prima di abbandonare il tribunale, ha affrontato telecamere e microfoni: "Confidiamo nella Corte e speriamo di ottenere almeno giustizia. Siamo esterrefatti sulla decisione della perizia, ma confidiamo in un futuro sincero".
Aula piena. Presenti, i famigliari della 33enne, oltre a papà Bruno, la sorella Melody, la mamma Maria Teresa Previtali, e al loro fianco Sergio Ruocco, il fidanzato di Sharon. Sono tutti parte civile (anche il fratello minore di Sharon, Christopher). Per la difesa Sangare non è capace di intendere e volere né di stare a processo. Emergerebbe dai dati sanitari e dal racconto della sorella che aveva detto all’assistente sociale che Moussa parlava con i defunti quando era in casa con lei e la madre. "È distaccato dalla realtà. Da quando è tornato dagli Stati Uniti – ha spiegato l’avvocato Maj – è cambiato, come se mostrasse un atteggiamento distaccato dalla realtà". Il pm Marchisio si è opposto alla richiesta, spiegando che l’imputato è stato visitato in carcere anche da psichiatri (prima a e poi a San Vittore, a Milano, dove si trova attualmente) ma che si tratta di una prassi nei casi di delitti così gravi.
L’imputato, dopo il delitto, si era tagliato i capelli e aveva modificato la bicicletta per depistare le indagini, dimostrando – è la tesi dell’accusa – che era capace di intendere e volere. Secondo Marchisio si tratterebbe di apatia morale più che di incapacità. Sangare, infatti, ha sempre mostrato indifferenza per le conseguenze delle sue azioni. L’avvocato di parte civile dei famigliari di Sharon si è a propria volta opposto alla perizia psichiatrica, considerato che anche nei precedenti procedimenti che avevano coinvolto Moussa per violenze sulla madre e la sorella questa istanza non era mai stata sollevata. "Sangare non è in grado di comportarsi come una persona che non ha gravi problemi", ha detto l’avvocato Ma all’esterno del tribunale. "Ci sono elementi – ha aggiunto – che abbiamo portato a conoscenza della Corte d’assise sulla base dei quali sono state ammesse le perizie".